La leggenda dell’aquila della Chiesa di San Marcello Maggiore a Capua

aquila di san marcello

La leggenda dell’aquila della Chiesa di San Marcello Maggiore a Capua

Capua, grazie alla sua esistenza millenaria, è uno scrigno di racconti popolari e di leggende metropolitane che attraversano tutte le epoche.

 

Tra le tante, quella del Volturno tinto di rosso nel giorno del feroce sacco di Capua del 24 luglio 1501.  Ma esiste una leggenda ancora più affascinante che ogni capuano conosce, legata alla più antica chiesa longobarda della città.

 

All’incrocio tra Via dei Principi Normanni e Corso Gran Priorato di Malta sorge la Chiesa di San Marcello Maggiore. L’edificio, nel lato nord, presenta l’unica traccia del periodo originario: un maestoso portale sormontato da un arco, sopra il quale troneggia, dispiegata e fiera, un’aquila di marmo. Tanto tempo fa circolava una misteriosa leggenda: la leggenda dell’aquila della Chiesa di San Marcello.

 

Un antico delitto incombe sulla sua storia

 

La Chiesa di San Marcello Maggiore fu edificata nel IX secolo. Qui si consumò l’assassinio del Principe di Capua Landenolfo II, mentre assisteva alla solenne messa di Pasqua nell’anno 991. Il delitto fu commesso da un gruppo di congiurati guidati dal fratello Laidolfo di Teano, che ne assunse il titolo.

 

Il complesso religioso in origine consisteva in un corpo a tre navate, di cui quella sinistra demolita in età normanna e quella destra inglobata nella canonica nell’Ottocento. Il corpo ad unica navata attuale risale alla ricostruzione del 1859, che ha cancellato quasi ogni elemento del periodo longobardo.

 

È sopravvissuto al tempo il portale d’ingresso del lato nord, su corso Gran Priorato di Malta. Si tratta di un portale sormontato da un arco retto da un’architrave. L’architrave proviene dalla tomba del primo conte longobardo di Capua, un nobile della famiglia Audoalt.

 

 

chiesa di san marcello    chiesa di san marcello portale

 

 

L’aquila di marmo e l’antica leggenda

 

Nei racconti della Capua popolare circolava un detto affascinante, misterioso, che ha catturato per decenni e per secoli la curiosità dei suoi abitanti. Secondo la leggenda dell’aquila di san Marcello, “dove volge lo sguardo l’aquila, lì è sepolto il tesoro”. Si racconta che l’aquila avesse, incastonate negli occhi, due pietre preziose. Come ogni leggenda popolare che si rispetti, esistono più versioni: nel racconto dell’uno sono due rubini, nel racconto dell’altro due smeraldi.

 

L’animale si trova con lo sguardo rivolto verso Via Ludovico Abenavolo, dove sorgeva la chiesa di san Benedetto, oggi dei SS. Filippo e Giacomo, un tempo sede dei Gesuiti.

 

Secondo la leggenda dell’aquila della chiesa di San Marcello, gli occhi dell’animale, quando colpiti dai raggi solari, proiettavano due fasci di luce in corrispondenza di un preciso luogo. Lì, ben in vista ma al contempo nascosto, doveva trovarsi un antico e prezioso tesoro.

 

Per decenni i capuani, incuriositi e ammaliati dal fascino misterioso della leggenda, hanno cercato il tesoro. Solo tempo dopo, quando i due preziosi occhi dell’aquila furono trafugati da ignoti una notte, capirono. Quello che cercavano era stato per secoli sotto il naso di tutti, nascosto eppure in bella vista.

 

Erano gli occhi il vero tesoro della chiesa. Sottratto alla città e alla storia e mai più ritrovato.

 

 

 

 

 

 

 

 

fabio carbone

Fabio Carbone. Nasce a Capua nel 1989. Appassionato di di humanae litterae da ragazzino, intraprende la laurea triennale in Lettere, ma cresce nel frattempo l’interesse per le discipline storiche, come dimostra la tesi di laurea su Enrico Berlinguer. Nel 2014 consegue la magistrale in Scienze Storiche con una tesi su Hugo Chávez, poi si dedica ad approfondire la disciplina con due Master presso l’Università Tor Vergata di Roma. Nel frattempo pubblica con Aracne (2015) il libro “Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai. La vita, la politica, i pensieri lunghi di Enrico Berlinguer”. Nel tempo libero, lontano dalla noia del lavoro impiegatizio, si diletta a scrivere su quella che, citando Ligabue, ritiene la sua piccola città eterna, Capua, e continua i suoi studi universitari sulle scienze politiche.