

Il male torna, come un Bumerang – di Alessia Aulicino
Napoli abita perfettamente l’ultimo romanzo di Daniele Sanzone e lo fa senza retorica, dimostrando che tutto ci riguarda: anche il momento in cui si deve guardare nel baratro
Narra la leggenda che un giorno, all’età di sette anni, Gaetano Senese abbia ricevuto in regalo un disco da sua madre, accompagnato dalla seguente premessa: “Chisto è tale e quale a chillo curnut’ e patèt”.
L’uomo sulla copertina era il sassofonista John Coltrane. Gaetano, che da grande sarebbe diventato James, finirà con l’ascoltarlo “dalla mattina alla sera” per tutta la vita.
Se è vero che i romanzi non sono altro che costellazioni in cui gli autori sanno unire punti lontanissimi fino a tracciare traiettorie impossibili, allora questa storia riguarda anche Bumerang. La riguarda a partire dall’inizio, dal momento in cui ciò che è scontato si rivela qualcos’altro e il silenzio della notte si sgretola nel boato di uno sparo.
Perché una delle beffe peggiori che possa capitarti se ti chiami come una pistola è quella di morire con un colpo di pallottola. Ma Colt – questo il nome del cane ucciso la sera dell’Immacolata tra le Vele di Scampia – non deve il suo nome alla famosa calibro 44. “È l’abbreviazione di Coltrane” svela la padrona al commissario Mirco Del Gaudio, lasciando al lettore un primo, fondamentale, indizio: tutto ciò che appare ovvio può essere confutato.
A distanza di tre anni, Daniele Sanzone, autore e voce della rock band ’A67, torna a scrivere di Del Gaudio. Del commissario di “Madre Dolore” restano l’inquietudine, l’amore per la boxe, la volontà di ricostruire una famiglia sfaldata e l’occhio vigile. Ma cambia la voce.
Sanzone abbandona il narratore interno, sposta la telecamera che inquadrava l’io ed ecco che appare la vera estensione di Scampia, impossibile da contenere in un solo sguardo.
“Non ci ho neanche fatto caso mentre lo scrivevo” ammetterà più avanti, ma è la naturalezza di chi compie un salto di maturità stilistica.
Bumerang attraversa le pieghe del male, quelle visibili e quelle leggermente più sotto, pronte a riaffiorare quando il coltello scrosta il primo strato di verità. È la scorza dove fermenta l’efferatezza di Monfrecola, il boss che tanto ricorda il fantasma dei Di Lauro, ma pure la polpa più in basso, l’omertà e l’indifferenza di chi crede che di camorra si muore solo se te la vai a cercare.
Così per saper scovare il male in ogni rientranza, pure quella più angusta, deve esserci un contraltare. Per Sanzone, è il desiderio di cambiare la narrazione di Scampia, di restituirne al mondo la complessità e la speranza, un luogo in cui le Vele incarnano la resistenza e, al contempo, ciò che è destinato alle macerie.
Nel 1955, in un’intervista al The Paris review, George Simenon dichiarò che “scrivere è troppo doloroso se non lo fai per arrivare fino in fondo”. Era una risposta a una domanda faziosa – Carvel Collins gli aveva chiesto se avesse mai avuto bisogno di fare concessioni per accontentare gli editori – ma in quella rivelazione così schietta stava consegnando al mondo il segreto del genere di cui era maestro. Fedele alla “scuola dei grandi”, Sanzone accetta la dura legge del noir, dove farsi largo tra la ferocia diventa responsabilità morale e forse, ancor prima, umana. L’intero cuore di Bumerang sta nella gerarchia implicita del dolore: dimostra quanto l’attenzione pubblica possa essere ambivalente e come sia facile trasformare la sofferenza in rumore di fondo, il classico “white noise” che non ridesta da alcun torpore e a volte è perfino in grado di conciliare il sonno.
Se è vero che i romanzi non sono altro che costellazioni, che i punti lontanissimi hanno spesso poco in comune e a unirli è la somma delle esperienze di chi scrive, allora la storia di Gaetano non è una forzatura.
Perché la scrittura, per Daniele Sanzone, non può fare a meno di una genesi, una parola nata dall’urgenza di raccontare il dolore e la vergogna, il pregiudizio e la paura. Quella genesi si chiama musica.
“Se la periferia nord di Napoli fosse un suono – scriveva il frontman degli ‘A67 nel 2012 – sarebbe quello del sax di James Senese. Una voce intrisa di rabbia, appucundria, sofferenza e vita (…) È per questo che bastano due note per riconoscerla.”
Oggi che James se n’è andato, Daniele continua a fare con i romanzi ciò che Senese faceva col sax.





